| Confederazione - edizione 12.01.2001 |
«Il finanziamento pubblico dei partiti non farebbe che peggiorare le cose»
Da quali presupposti è partito per svolgere il suo lavoro di dottorato?
«Da una visione di carattere generale: quali esperienze nel campo sono state effettuate negli altri Paesi e quali insegnamenti se ne possono trarre».
Quali sono, se ce ne sono?
«Bisogna innanzitutto premettere che la questione principale non è quella del finanziamento dei partiti politici, ma quella dei costi della vita pubblica, ossia di cosa sia giusto che i partiti si occupino e di cosa sia superfluo. é un problema istituzionale dunque. Solo in un secondo tempo si pone la questione, non per questo meno importante, di dove e in quale modo si possano ricavare i soldi necessari per svolgere correttamente i compiti stabiliti. Che è poi quella che interessa di più, mi rendo conto, ma che rischia però di falsare tutto il dibattito».
In che senso?
«Nel senso che, per varie ragioni, in Svizzera fortunatamente non si è ancora instaurato il sistema perverso in auge nelle nazioni a noi vicine, come ad esempio Germania, Francia e Italia, in cui i partiti politici hanno in pratica colonizzato gran parte della vita pubblica. Parlare solo di finanziamento pubblico o di trasparenza è dunque fuorviante nel senso che impedisce una reale prevenzione di questo processo».
Il rischio perciò esiste anche da noi?
«Malgrado la situazione sia attualmente sostanzialmente buona, è possibile che anche nel nostro Paese i partiti possano rivendicare un ruolo nella vita pubblica sempre più importante. La tendenza degli ultimi anni del resto è chiara: il denaro gioca un ruolo sempre più importante nelle campagne elettorali. é appunto per questo che secondo me bisogna agire, ora che il fenomeno è ancora relativamente sotto controllo».
Come è possibile prevenirlo?
«A mio modo di vedere la prima cosa da evitare è il finanziamento pubblico dei partiti. In effetti le esperienze fatte in altre nazioni ci insegnano che questo non si sostituisce agli sponsor privati, ma vi si aggiunge. Di conseguenza la gestione del denaro diventa sempre più acritica, aumentano sia i vari appetiti che la distanza dalla gente e dunque, in ultima analisi, si accelera la colonizzazione partitica della società».
L'auspicata ma dai partiti borghesi aborrita trasparenza può essere una soluzione?
«Per me è solo un alibi. Sia ben chiaro, la trasparenza di spese e finanziamenti è sempre auspicabile, è addirittura un imperativo costituzionale: la democrazia presuppone infatti che i cittadini votino con cognizione di causa, dunque qualsiasi informazione in più è benvenuta per un corretto uso dei diritti politici. Purtroppo, però, sempre l'esperienza degli altri Paesi ci mostra che qualsiasi norma in questo campo è facilmente eludibile, e che anche nelle legislazioni più severe una zona grigia rimane sempre».
Che fare allora?
«Bisogna agire alla fonte, ossia, come lasciavo intendere all'inizio, riducendo il fabbisogno dei partiti. E le spese più importanti per una formazione politica, a maggior ragione per un candidato, sono quelle elettorali. Introducendo dei limiti realistici combinandoli con una trasparenza effettiva, severa sia nei controlli che soprattutto nelle sanzioni, secondo me si attuerebbe un'azione preventiva efficace».
Esiste una volontà politica per attuare simili misure?
«Non mi sembra: anche se non lo dichiarano apertamente, è naturale che i partiti non vedano di buon occhio misure per limitare o arginare la loro influenza. Preferiscono battere la via del finanziamento pubblico, corretto eventualmente con norme sulla trasparenza».
Nel caso una legge per la limitazione delle spese elettorali venisse approvata, non sorgerebbero difficoltà di applicazione?
«Nel caso di elezioni politiche, le esperienze fatte in altri Paesi lo dimostrano, le difficoltà sono sicuramente sormontabili; nel caso invece di votazioni popolari (iniziative e referendum) la questione sarebbe effettivamente complessa, dunque più difficilmente realizzabile».
E da un punto di vista istituzionale, come risolvere il problema del federalismo?
«Il nostro sistema politico complica non poco le cose, ma non le impedisce di certo. Credo che la strada migliore sia partire dal basso, ossia effettuare delle esperienze nei cantoni, come già stanno facendo Ginevra e Ticino, per poi giungere eventualmente ad una legge quadro federale». r.b.